Il Corso

 
 

Struttura del corso

Il corso, teorico pratico, si è basato su una metodologia derivata da un lavoro di ricerca che ho iniziato nel 1989 con la fondazione della prima rivista italiana sulla scrittura creativa (Omero) e poi sviluppato dal 1994 presso l’Università “La Sapienza” di Roma ( i risultati sono pubblicati nei due volumi di “Teoria e pratica della scrittura creativa” a cura di Tullio De Mauro, Pietro Pedace e Annio Gioacchino Stasi. -Roma, Controluce, 1996-1999).
Mi è sembrato naturale, in questo caso, piuttosto che proporre una serie di “lezioni”, coinvolgere direttamente in un lavoro di laboratorio i bibliotecari. Ho così inizialmente delineato due percorsi: il primo, da me condotto, ha proposto il punto di vista della lettura di chi scrive, che potremmo definire “la lettura dello scrittore”.
Il secondo percorso, invece, condotto dall’attore Francesco Burroni, ha sviluppato i possibili interventi interpretativi di lettura del lettore attore .
Si è trattato di una esperienza pratica di scrittura e lettura di cui più avanti si daranno indicazioni specifiche.
Dato il successo ottenuto dal primo corso è maturata l’esigenza di continuare il lavoro. Nel secondo anno sono stati quindi composti racconti più complessi e compiuti ponendo l’accento sulle relazioni esistenti tra le immagini e le parole nella composizione della struttura narrativa. Burroni nel frattempo ha sviluppato gli aspetti inerenti le possibili “interpretazioni”. Ho ritenuto però importante l’allargamento del gruppo di lavoro con l’intervento di Stefano Penge e Sandra Giuliani. L’ idea era quella di delineare un quadro di insieme sulle possibilità che gli strumenti informatici possono darci, non solo come tecnologie della ripertizione rapida e della connessione dei linguaggi: visivo e acustico, ma anche e soprattutto come supporti di elaborazione di schemi mentali che rendono “visibile” quella che potremmo definire una creatività regolata.
Lavorare con i computer significa “pensare” in un certo modo, utilizzando uno strumento che ha in sé specifiche possibilità di connessione e combinazione, ma è anche avere un luogo dove dare continuità, costruire schemi, mappe, verificare la costruzione narrativa di genere, e infine attraverso la rete comunicare e dare visibilità di un lavoro a un pubblico invisibile. Stefano e Sandra hanno quindi mostrato a partire dai materiali composti nel laboratorio questi possibili percorsi.
Un ultimo breve esperimento è stato infine proposto al fine di mostrare quali siano i possibili sviluppi di lavoro su un testo rappresentativo: il collegamento tra questo e le immagini-segno. Grazie all’intervento della pittrice Mery Totolini con la quale sto sviluppando questa sperimentazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma da tre anni, sono state prodotte, a partire dai testi composti, alcune realizzazioni di immagine-segno non figurativo.

Diversi i risultati raggiunti dopo questa prima esperienza: il laboratorio ha consentito la definizione di uno spazio separato di uso della parola in grado di evidenziare i nessi esistenti tra scrivere e leggere. La pratica di realizzare un “pensiero” rappresentativo mediante un “atto” di scrittura movimenta un processo per cui leggere non è più solo reazione estetica alla parola altrui o propria, ma è “prova di voce”. La scrittura di rappresentazione rientra in quelle “necessità espressive” che ognuno di noi ha a prescindere dalla qualità del risultato. E di fronte alla propria scrittura si è posti di fronte alla sostanza della propria voce. Si verifica la capacità di movimentare negli altri una immagine, una emozione oppure no. Si scopre la forza dell’artificio, della costruzione del linguaggio, ma anche lo strano sviluppo di un pensiero di immagine che a volte ha un moto proprio. Questa realtà, in genere, non lascia indifferenti. Provoca una crisi, una crisi salutare perché spinge a cercare, a porsi delle domande, ad ascoltare ed acuire la propria sensibilità, a leggere la qualità della voce degli scrittori. Si scopre il lavoro delle immagini e parole che tessono insieme i suoni silenziosi nella pagina col filo doppio di due colori: bianco e nero. Si “legge” in modo nuovo.
La seconda osservazione da proporre è la constatazione di come i racconti composti si leghino l’un l’altro e di come le immagini apparentemente personali di ognuno abbiano una stretta relazione con la storia delle immagini e della narrazione.
Si determina, nel laboratorio, una comunicazione particolare, direi una comunicazione che tende a rifiutare una normalizzazione del linguaggio, purtroppo molto frequente nella vita di tutti i giorni. Il laboratorio offre la possibilità di entrare in relazione con uno spazio mentale e un tempo della memoria collettivi.
I libri che vengono conservati tra gli scaffali sono muti: non parlano, o parlano in un rapporto individuale ad ognuno. Anche la lettura pubblica di un testo letterario rimane atto parziale di rapporto con il processo di costituzione del linguaggio rappresentativo. E’ solo quando la nostra mano prova a segnare quelle parole inutili che servono solo a farci stare insieme che è possibile rideterminare un percorso. Ritrovare e riscoprire che gli spazi umani, i luoghi dove viviamo, non sono solo ripari dalla pioggia e dal gelo, ma luoghi dove trascorrere il tempo è anche racconto della nostra storia di uomini.
La “Biblioteca” è quindi un luogo privilegiato, unico, in cui i libri devono avere la possibilità di “farsi ascoltare” e dove il lavoro di chi scrive deve apparire per quello che è: linguaggio della memoria e del presente che si rinnova.

L’intento che credo sia stato raggiunto era quello di mostrare come l’attivazione di “Laboratori di lettura e scrittura” posti all’interno delle biblioteche possa fornire un utile strumento di definizione di gruppi di utenti “attivi” nel frequentare e utilizzare appieno tutti gli strumenti e le risorse presenti in queste istituzioni. La sperimentazione su come questo possa avvenire è la sfida aperta che insieme al personale delle biblioteche stiamo già affrontando in un nuovo progetto.

(contributo di Annio Stasi)

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